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Nubi (2019)

Nubi (2019)

Nubi; humanbeings

“E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti, è forse più piacevole di un cielo affatto puro”

Giacomo Leopardi, Lo Zibaldone


Ma non ci sono solo le nuvole, non c’è solo l’alto a cui naturalmente aspiriamo, e a provarlo c’è pure un buffo palloncino che non vuole saperne di innalzarsi, contro ogni principio della fisica e contro anche i tanti sospiri poetici che hanno sempre accompagnato i voli dei palloncini. C’è anche il basso, c’è soprattutto il basso. Ci sono le pietre, che sembrano rievocare un permanente, universale supplizio di Sisifo. Pietre che richiamano un senso di pesantezza e d’inciampo, e anche di perdita e di lutto.
(…) A unire i due livelli è una chiave umoristica, che sa accogliere le diverse sfumature, risolvendole l’una nell’altra: come proprio le nuvole, nella poesia di Wislawa Szymborska che conclude lo spettacolo: “già dopo una frazione di secondo / non sono più quelle, stanno diventando altre”.
Ma quando, anche qui, ritorna il racconto dell’esilio e del naufragio ai gesti netti, precisi si accompagnano parole che non lasciano scampo. E non sono le parole di una interpretazione della realtà, non sono più attori che ci parlano, o attori che parlano per “dare voce” a qualcun altro: sono i protagonisti, i testimoni in prima persona del racconto. Prima degli orrori del campo di concentramento libico, poi dell’affondamento e della morte di tanti nel mare.
E allora il teatro diventa altra cosa, l’atto scenico trascende se stesso per diventare pura vita. Non l’eco della vita.
Ma uno che si salva dal naufragio ci sarà, e noi siamo di nuovo a teatro, e possiamo tornare a sperare: aiutato da una mano che si protende nel buio, salirà e sarà come se volasse.
L. C. “Cosa sono le nuvole” Il nuovo spettacolo di Human Beings
Micropolis– il manifesto, 27 luglio 2019

Ideazione e regia: Danilo Cremonte
Di e con: Olegan E. Aliev, Chiara Borsini, Nicola Castellini, Irina Constantin, Adama Dembele, Mamadou Diallo, Perla Dieli, Tang Duanqi, Maria Fortuna, Agnese Garofalo, Stefan Godonoga, Dario Goricchi, Marco Lapenna, Axel Lepper, Ilaria Natale, Jean Philippe Ntamak, Enio Pallaracci, Roberta Papp, Lee Pet-Shan, Walter Pituello, Anna Poppiti, Rodolfo Rotini, Jhans A. Serna Rayme, Edoardo Spoto, Simone Tinarelli, Moritz Wever, Lai Zhengyi (provenienti da: Camerun, Cina, Germania, Danimarca, Guinea, Italia, Moldavia, Mali, Perù, Romania, Russia, Taiwan, Ungheria).
Luci: Christian Sorci e Nahom Worku Hailemariam. Foto: Thomas Clocchiatti. Musiche: A. P. Borodin, F. Deroussen, A. Pärt, R. Sakamoto, F. Schubert, D. Šostakovič, Goblin, motivi popolari russi, canti del Camerun.
Testi: F. De André – M. Pagani, G. Leopardi, F. Mannocchi, J. Mitchell, P. P. Pasolini, W. Szymborska

Testo integrale della recensione “Cosa sono le nuvole”
L. C. Micropolis-il manifesto, 27/07/2019

Il terreno è spoglio, pronto ad accogliere polvere e acqua e anche una strana sostanza bianca, lattiginosa, vaporosa, che sembra la materia di cui sono fatte le nuvole. Questa sostanza misteriosa, piacevole alla vista, a cui dona un senso di freschezza, ma anche in qualche modo minacciosa (come tutte le cose che non conosciamo) arriva trasportata in un baule, oppure avvolge i corpi degli attori e sbuca da tutte le parti. E’ all’altezza di noi spettatori, che potremmo quasi allungare una mano per toccarla, o provare a odorarla; ma se ne va subito, svapora e scompare. Siamo davanti alla scena bellissima del chiostro di S. Anna a Perugia, luogo privilegiato degli spettacoli di Human Beings; si mette in scena il “gioco scenico” intitolato, appunto, Nubi, che segna il venticinquesimo anno di attività del Laboratorio teatrale interculturale diretto da Danilo Cremonte. E di nuvole si parla fin dall’inizio, sulla scorta del testo di De André e Pagani (“Vanno / vengono / ogni tanto si fermano …”) che suscita subito in molti di noi un grato ricordo, pieno di nostalgia. E poi, a proposito di nostalgia di un tempo tanto migliore, tanto più ricco di questo, la citazione bellissima e pienamente azzeccata del film di Pasolini Cosa sono le nuvole: “Iiiih, che so’ quelle?” “Sono le nuvole” “E che so’ le nuvole? … Quanto so’ belle! Quanto so’ belle!”, nel romanesco di Ninetto Davoli compagno di Totò. Del resto, a garantire della bellezza-piacevolezza delle nuvole, del loro interrompere la monotonia di un cielo uniforme, c’è una pagina dello Zibaldone di Leopardi, della sua straordinaria, originalissima teoria del piacere. Ma non ci sono solo le nuvole, non c’è solo l’alto a cui naturalmente aspiriamo, e a provarlo c’è pure un buffo palloncino che non vuole saperne di innalzarsi, contro ogni principio della fisica e contro anche i tanti sospiri poetici che hanno sempre accompagnato i voli dei palloncini. C’è anche il basso, c’è soprattutto il basso. Ci sono le pietre, che sembrano rievocare un permanente, universale supplizio di Sisifo. Pietre che richiamano un senso di pesantezza e d’inciampo, e anche di perdita e di lutto. E non si pensi che questo passaggio da alto a basso, da leggero e aereo a pesante e terrestre sia così brusco e immotivato come può sembrare dalle parole di questa non facile sintesi: in questo spettacolo non è così accentuato, come in altri di Danilo, l’aspetto puramente, drasticamente comico, che qui si limita, mi pare, ad un’unica situazione che, al fondo, è un cenno di sano antimilitarismo (l’epopea sgangherata, demenziale, di aerei che miseramente precipitano). Qui, a unire i due livelli è piuttosto una chiave umoristica, che sa accogliere le diverse sfumature, risolvendole l’una nell’altra: come proprio le nuvole, nella poesia di Wislawa Szymborska che conclude lo spettacolo: “già dopo una frazione di secondo / non sono più quelle, stanno diventando altre”. Ma quando, anche qui, ritorna il racconto dell’esilio e del naufragio ai gesti netti, precisi si accompagnano parole che non lasciano scampo. E non sono le parole di una interpretazione della realtà, non sono più attori che ci parlano, o attori che parlano per “dare voce” a qualcun altro: sono i protagonisti, i testimoni in prima persona del racconto. Prima degli orrori del campo di concentramento libico, poi dell’affondamento e della morte di tanti nel mare. E allora il teatro diventa altra cosa, l’atto scenico trascende se stesso per diventare pura vita. Non l’eco della vita.
Ma uno che si salva dal naufragio ci sarà, e noi siamo di nuovo a teatro, e possiamo tornare a sperare: aiutato da una mano che si protende nel buio, salirà e sarà come se volasse.    

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