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Via di qua (2018)

Via di qua (2018)


Comandai di andar a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai al servo che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: “Dove vai, signore?”. “Non lo so” risposi. “Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così posso raggiungere la meta”. “Dunque sai quale è la tua meta” osservò. “Sì” risposi. “Te l’ho detto. Via-di-qua; ecco la mia meta”. “Non hai provviste con te” disse. “Non ne ho bisogno” risposi. “Il viaggio è così lungo che dovrò morir di fame se non trovo nulla per via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente straordinario”.
Franz Kafka, La Partenza

“L’umorismo più confonde le tracce, meglio sa dove va… l’umorismo è la coscienza in viaggio… è per strada, non è mai arrivato, va altrove, sempre al di là… e ci lascia -secondo la bella espressione di Rilke- da qualche parte, nell’incompiuto.”
Vladimir Jankélévitch, Da qualche parte, nell’incompiuto

“Via di qua” assume un senso fortissimo, radicale, e insieme assolutamente disperante. “Via di qua, ecco la mia meta”: è una meta, ma con una valenza tutta negativa. In una scena che riassume, si può dire, il senso di questo spettacolo due ragazze guardano lontano e si incoraggiano a vedere come è bello, ma la conclusione è che non c’è niente, proprio niente, da vedere. E allora non resta che l’umorismo, a smascherare (ecco un verbo programmatico di questa ricerca teatrale, da sempre) il senso comune. A ridicolizzare le nostre misere certezze, i nostri auto-inganni: “Come va?” “Tutto bene, tu?” e quel “Tutto bene, tu?” diventa un ritornello ripetuto senza tregua (facilitato anche dall’allitterazione) fino a diventare una specie di balletto grottescamente ritmato. Senza più nessun senso, se non quello della propria negazione. E così sono tutti i tentativi di incontro, di dialogo, tutti i poveri progetti vanificati dal proprio fallimento. Non resta nulla. O forse sì? A un certo punto assistiamo all’insegnamento di una canzoncina in dialetto veneto su come fare la polenta ecc. a un giovane (pensiamo, immigrato) africano, e quello ripete tutto contento la filastrocca divertendosi un mondo: si tratta di integrarlo, no?, e lui riceverà in compenso una bandierina dell’Unione Europea e un benvenuto. Ma siamo al grado zero dello scambio culturale, meglio via di qua… Sono scene, sketch, a volte –come questa – divertentissimi e sempre di grande intelligenza, ma non si può dire che se ne esce davvero confortati. E del resto non era certo questa l’intenzione di uno spettacolo serio e profondo, fortemente critico come deve essere (sotto la veste leggera, quasi da vaudeville: ma non si tratta di un gioco gratuito, come ci chiarisce fin da subito una delle prime scene: una scena di pesca feroce tra mani affioranti di naufraghi che chiedono aiuto…). L.C. Micropolis – il manifesto 27/07/2018

Ideazione e regia: Danilo Cremonte 
Di e con: Chiara Borsini, Nicola Castellini, Davide Chiodi, Nicola Chiodi, Essa Darwish, Mamadou Diallo, Jiang Fan, Bernard Forson, Antonio Franco, Agnese Garofalo, Szilard Gaspar Barra, Stefan Godonoga, Annelore van Gool, Zhang Guowei, Tokyo Japan, Huo Junxiao, Deng Linming, Christine Lord, Antonio Mangiavillano, Beatrice Marani, Jean Philippe Ntamak, Tom O’Loughlin, Li Peining, Walter Pituello, Rinnah Post, Greta Romani, Maria Alda Scarcella, Jhans A. Serna Rayme, Edoardo Spoto, Sveva Stancati, Simone Tinarelli, Lisa Verschuren, Mariya Yiudinsteva (provenienti da Camerun, Cina, Francia, Ghana, Guinea, Italia, Kazakistan, Libia, Moldavia, Nigeria, Paesi Bassi, Perù, Regno Unito, Romania, Stati Uniti).
Luci: Axel Lepper e Christian Sorci. Video: Stefano Ceccarelli. Foto: Thomas Clocchiatti

Testo integrale della recensione VIA DI QUA, CON HUMAN BEINGS di L. C. (Micropolis-il manifesto 27/07/2018)

“Dove vai, signore?” “Non lo so” risposi. “Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così posso raggiungere la meta.” “Dunque sai qual è la tua meta” osservò. “Sì” risposi. “Te l’ho detto. Via-di-qua; ecco la mia meta.”Questo è Kafka, che si conferma come un riferimento fondamentale (e non potrebbe essere altrimenti) della ricerca teatrale di Human Beings. E’ il racconto La partenza ed è da qui che l’ultimo spettacolo di Human Beings ha tratto il suo titolo, Via di qua, oltre al consueto Gioco scenico di varia umanità che sottolinea (e riconosce) l’apporto decisivo dei tanti attori e insieme coautori (33 tra studenti, lavoratori, disoccupati, richiedenti asilo) provenienti da ogni parte del mondo (Camerun, Cina, Francia, Ghana, Guinea, Italia, Kazakistan, Libia, Moldavia, Nigeria, Paesi Bassi, Perù, Regno Unito, Romania, Stati Uniti), coordinati e diretti da Danilo Cremonte. Certo, non è immediata la riconoscibilità del testo kafkiano (come poi anche di altri testi a cui lo spettacolo si ispira: Brecht, Enzensberger…) pronunciato in un francese d’Africa; è strano, anche se dalla resa perfetta: la lingua di Molière e di Racine in bocca a popoli espropriati di tutto, anche della propria lingua madre (la lingua della mamma)! E’ bello, in un certo senso è confortante, provare ancora la vivezza di una vecchia lingua neolatina ormai quasi fuori dalla storia, ma non puoi cancellare il pensiero spaventoso che ti prende di un dominio e di una violenza di cui l’Europa non finirà di vergognarsi. In quella stessa lingua sentiremo anche un monologo straordinario nella sua essenzialità sul senso (o non senso) del viaggiare, dell’andare, da un posto all’altro: per poter mangiare, per avere un tetto che ti ripari dalla pioggia, ma poi per poter ritornare – però, con dignità. E qui il pensiero, inevitabilmente, va a chi quel ritorno non potrà compierlo, perché magari ucciso da una fucilata, lì sul posto di lavoro. “Via di qua” allora assume un senso fortissimo, radicale, e insieme assolutamente disperante. “Via di qua, ecco la mia meta”: è una meta, ma con una valenza tutta negativa. In una scena che riassume, si può dire, il senso di questo spettacolo due ragazze guardano lontano e si incoraggiano a vedere come è bello, ma la conclusione è che non c’è niente, proprio niente, da vedere. E allora non resta che l’umorismo, a smascherare (ecco un verbo programmatico di questa ricerca teatrale, da sempre) il senso comune. A ridicolizzare le nostre misere certezze, i nostri auto-inganni: “Come va?” “Tutto bene, e tu?” e quel “Tutto bene, e tu?” diventa un ritornello ripetuto senza tregua (facilitato anche dall’allitterazione) fino a diventare una specie di balletto grottescamente ritmato. Senza più nessun senso, se non quello della propria negazione. E così sono tutti i tentativi di incontro, di dialogo, tutti i poveri progetti vanificati dal proprio fallimento. Non resta nulla. O forse sì? A un certo punto assistiamo all’insegnamento di una canzoncina in dialetto veneto su come fare la polenta ecc. a un giovane (pensiamo, immigrato) africano, e quello ripete tutto contento la filastrocca divertendosi un mondo: si tratta di integrarlo, no?, e lui riceverà in compenso una bandierina dell’Unione Europea e un benvenuto. Ma siamo al grado zero dello scambio culturale, meglio via di qua… Sono scene, sketch, a volte –come questa – divertentissimi e sempre di grande intelligenza, ma non si può dire che se ne esce davvero confortati. E del resto non era certo questa l’intenzione di uno spettacolo serio e profondo, fortemente critico come deve essere (sotto la veste leggera, quasi da vaudeville: ma non si tratta di un gioco gratuito, come ci chiarisce fin da subito una delle prime scene: una scena di pesca feroce tra mani affioranti di naufraghi che chiedono aiuto…). E poi non è vero che non c’è proprio niente da vedere, come nello sconforto di quelle due ragazze: c’è, appunto, tutto il lavoro di un Laboratorio come Human Beings – e sempre più sentiamo la autenticità e la necessità di questo nome – che realizza un vero incontro culturale attraverso il teatro e che supplisce (ma il termine non va bene, può suonare come un alibi) al tanto che manca, al tanto che mancherà sempre di più se continuerà (e continuerà) il degrado verso la nuova barbarie dei tempi. E’ qualcosa che andrebbe sostenuto con forza, come il lavoro (certo, su un altro piano) delle O.N.G. in mare, che invece sono criminalizzate. E come quello che recentemente ha scritto benissimo sul suo blog prezioso Salvatore Lo Leggio: “Non basta essere buoni. Buonisti bisogna essere, parteggiare per la bontà, per il bene; altrimenti si diventa partecipi del male, della malvagità. Buonista è parola che va difesa dallo sprezzo e dal fraintendimento dei cattivisti… E’ certo importante essere buoni per proprio conto, ma poi bisogna anche prendere posizione…” Stare con tutto ciò che “ostacola e resiste”, avrebbe detto il poeta.       

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