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Brand (2017)

Brand (2017)

Brand; humanbeings

Brand

“Il consumatore è un lavoratore che non sa di lavorare” Jean Baudrillard, 

“Brand”: marchio; marca; marchio a fuoco; marchio d’infamia, stigma.  La p/ossessione del Marchio, incarnazione di concetti, valori, emozioni. In continue e mutevoli passerelle vediamo sfilare esempi di varia umanità, coccolati dalla favola avvelenata del vivere nel migliore dei mondi possibili. Situazioni comiche e drammatiche si mescolano senza soluzione di continuità, in un variopinto gioco di luci e musiche.

(…) Le sfilate “armaniane” irrise, il vecchio Carosello sbeffeggiato (…), fino alla pubblicità irridente della bara, della morte…  E’ tutto un susseguirsi di scene ora comiche ora drammatiche che non lasciano fiato, che provocano quasi uno stordimento nello spettatore, simile a quello che prende il consumatore perduto nel mondo delle merci. Ma l’ironia, il senso parodistico, s’incaricano ogni volta di mantenere sveglia, vigile l’attenzione critica. E se niente in questa realtà rovesciata è come appare (niente è la parola che si sente di più), è anche vero che il rovesciamento può dare talvolta un effetto felice inatteso: le coperte termiche che avvolgono i naufraghi fanno giochi di luce che sembrano negare, occultare la realtà della tragedia. Ma poi si prestano, proprio per la loro luccicanza così viva, così suggestiva, a “vestire” una danza africana bellissima, che immaginiamo svolgersi sulla banchina di un porto d’approdo. Le coperte termiche: da segnali della disperazione a indicatori di una speranza. Ma è più probabile che l’inganno sveli la sua faccia più ignobile: è tutta la lunga sequenza che potrebbe avere titolo “un mondo da favola” (non perché bello come nelle favole, ma per le bugie che la favola ci racconta) a mostrarcelo, con la regina che tenta con la sua mela avvelenata (Apple?) i poveri sette nani che “vanno a lavorare” dove lavoro non c’è: non c’è proprio niente all’orizzonte, basta che uno di loro se ne accorga e lo dica, come direbbe che “il re è nudo”. E frattanto l’imbonitore di turno (ma, scopriremo, è proprio il mitico, leggendario Steve Jobs, con una mela in mano: e questa volta è sicuramente Apple!) esalta le qualità del ribelle, dell’anticonformista, del folle (che sarebbe lui) che “cambia il mondo”. La più grande intrapresa del capitale mondiale diventa la vera rivoluzione. E noi che avevamo pensato… Tutti bravi i giovani attori/coautori (studenti, lavoratori, disoccupati, richiedenti asilo…) provenienti da ogni parte del mondo (Cina, Etiopia, Francia, Georgia, Ghana, Guinea, Inghilterra, Iran, Italia, Libia, Moldavia, Nigeria, Perù, Polonia, Senegal, Stati Uniti). 
L. C. “Un mondo da favola?”
Micropolis – il manifesto 27 luglio 2017

Ideazione e regia: Danilo Cremonte
Di e con: Claudia Chiavarini, Hamraz Rahimi Darugar, Essa Darwish, Mamadou  Hassimiou Diallo, Bernard Forson, Giulia Galdelli, Federico Gasparetto, Stefan Godonoga, Nahom Worku Hailemariam, Arian Imani, Giorgi Kochua, Viola Lopez, Christine Lord, Zhang Lumean, Nastaran Makaremi, Raniero Marchetti, Mohammad Ali Montaseri, Silvia Moriconi, Ilaria Natale, Tom O’ Loughlin, Michael Omote, Tokyo Japan, Enio Pallaracci, Ilaria Pigliautile, Walter Pituello, Anna Poppiti, Giulia Radi, Maria Alda Scarcella, Jhans A. Serna Rayme, Simone Tinarelli, Julja Tyszka, Luca Viviani, Guo Xiang Cheng
Luci: Christian Sorci – Axel Lepper.
Foto: Thomas Clocchiatti. Video: Stefano Ceccarelli

Testo integrale della recensione “Un mondo da favola?” L. C. Micropolis – il manifesto 27 luglio 2017
Siamo una generazione che è cresciuta nel segno dell’anticonsumismo: quella che era definita come la “contestazione della società dei consumi” (produrre per consumare, consumare per produrre) è stata forse quella che più ci ha segnato, nelle nostre giovanili scelte sia teoriche che pratiche. È probabile che alla base ci fossero, almeno all’inizio, istanze morali e forse, per alcuni, anche religiose (retaggio di una formazione cattolica sempre più in crisi nel suo trionfalismo secolare), e istanze – direi soprattutto – di tipo estetico, un esercizio di stile capace di orientare tutta una
vita: si veda come esemplificazione di un “sentire” generazionale il bel libro di Clara
Sereni Via Ripetta 155.
Oggi sembrerebbe che quell’atteggiamento critico generale (portatore di una radicalità che, oggi lo sappiamo, non poteva conciliarsi con il “sistema”: uno dei due doveva perdere) si sia parecchio attutito, se non proprio spento (ma forse no). Resta che, appena esce un nuovo gadget tecnologico c’è tutta una
corsa di moltitudini non per contestarlo, ma per acquistarlo. Per essere i primi.
Ma c’è pur sempre, ancora, chi davanti a tutto questo si sente come un pesce fuor
d’acqua.
A queste cose ci ha fatto pensare la visione dell’ultimo “gioco scenico” del Laboratorio teatrale Human Beings, diretto da Danilo Cremonte, Brand / marchiat, che di quello spirito critico si fa sanamente carico: le sfilate “armaniane” irrise, il vecchio arosello sbeffeggiato (questo carosello che ogni tanto non si sa perché ci viene riproposto alla televisione come un revival delle presunte felicità domestiche di un tempo), fino alla pubblicità irridente della bara, della morte… È tutto un susseguirsi di scene ora comiche
ora drammatiche che non lasciano fiato, che provocano quasi uno stordimento nello spettatore, simile a quello che prende il consumatore perduto nel mondo delle merci.
Ma l’ironia, il senso parodistico, s’incaricano ogni volta di mantenere sveglia, vigile l’attenzione critica.
E se niente in questa realtà rovesciata è come appare (niente è la parola che si sente di
più), è anche vero che il rovesciamento può dare talvolta un effetto felice inatteso: le coperte termiche che avvolgono i naufraghi fanno giochi di luce che sembrano negare,
occultare la realtà della tragedia. Ma poi si prestano, proprio per la loro luccicanza così
viva, così suggestiva, a “vestire” una danza africana bellissima, che immaginiamo svolgersi sulla banchina di un porto d’approdo. Le coperte termiche: da segnali della disperazione a indicatori di una speranza.
Ma è più probabile che l’inganno sveli la sua faccia più ignobile: è tutta la lunga sequenza
che potrebbe avere titolo “un mondo da favola” (non perché bello come nelle favole, ma per le bugie che la favola ci racconta) a mostrarcelo, con la regina che tenta con la sua mela avvelenata (Apple?) i poveri sette nani che “vanno a lavorare” dove lavoro
non c’è: non c’è proprio niente all’orizzonte, basta che uno di loro se ne accorga e lo dica,
come direbbe che “il re è nudo”. E frattanto l’imbonitore di turno (ma, scopriremo, è
proprio il mitico, leggendario Steve Jobs, con una mela in mano: e questa volta è sicuramente Apple!) esalta le qualità del ribelle, dell’anticonformista, del folle (che sarebbe lui) che “cambia il mondo”.
La più grande intrapresa del capitale mondiale diventa la vera rivoluzione. E noi che
avevamo pensato…
La chiave di questo spettacolo è, ancora una volta, nel finale, un finale tanto suggestivo
quanto enigmatico: un essere coperto di candele accese avanza a fatica, strisciando, nel
buio; vuole forse portare la luce, ma le candele vengono tutte spente e non resta che il
buio.
Evidentemente la luce non ce la può portare nessuno: tocca a noi, a tutti noi, fare chiarezza.
Lo spettacolo Brand / marchiat, gioco scenico di varia umanità è stato rappresentato per la
regia di Cremonte nelle serate del 29 giugno e del 1° luglio nello scenario magnifico del
chiostro di S. Anna a Perugia, con un pubblico numeroso e caloroso.
Tutti bravi i giovani attori/coautori (studenti, lavoratori, disoccupati, richiedenti
asilo…) provenienti da ogni parte del mondo (Cina, Etiopia, Francia, Georgia, Ghana,
Guinea, Inghilterra, Iran, Italia, Libia, Moldavia, Nigeria, Perù, Polonia, Senegal, Stati
Uniti). Belli, intensi e avvolgenti, i colori, le luci, le musiche. Si replica a settembre.



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